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Twitter: utenti in sciopero contro la censuraBlocco dei tweet autoimposto come forma di protesta verso il social network dei 140 caratteriNicola Smeerch BrunoPubblicata in rete il 28/01/2012 21:27, tempo medio di lettura 4 minuti e 37 secondi
(ITnews) - Roma -
Migliaia di utenti di Twitter hanno deciso di scioperare. La protesta sta avvenendo oggi, 28 gennaio 2012, attraverso una specie di autocensura. Gli utenti, infatti, hanno deciso di non usare il social network, di fermarsi, o meglio di evitare di scrivere tweet, al fine di protestare contro la decisione del sito di censurare determinati messaggi in alcuni paesi. In passato i contenuti scritti dagli utenti che violavano le policy della piattaforma venivano cancellati del tutto, indipendentemente dal Paese in cui venivano visualizzati – e dalla nazionalità di chi li aveva creati. Adesso, però, non sarà più così. Twitter ha fatto sapere, infatti, che d’ora in avanti potrà censurare i messaggi ma solo in alcuni stati. Per far fronte all’eventuale violazione della legge in un determinato paese, il social network oscurerà il contenuto di un messaggio (un tweet), ossia lo renderà non visualizzabile, ma solo lì dove potrebbe andare in contrasto con le leggi. Le motivazioni ufficiali apportate dall’azienda forse non sono condivisibili ma sono chiare. Le potete leggere in questo post del blog ufficiale. Twitter vuole essere presente nel maggior numero di nazioni possibile e per potersi permettere questo lusso deve sottostare necessariamente alle norme del paese in cui vuole operare. Questo cioè significa che, ad esempio, in Francia e in Germania deve censurare i messaggi che inneggiano al nazismo – perché in questi stati non è permesso questo tipo di apologia - o che in Cina deve apporre un altissimo livello di filtraggio ai tweet, perché in quel paese vige una limitatissima libertà di espressione – un eufemismo per non asserire che è praticamente inesistente. La chiave del problema è tutta qui: libertà di espressione. Twitter lo dice chiaramente. Esistono posti dove hanno un concetto diverso di questa libertà. Il problema è che in alcuni casi la differenza è abissale, sostanziale. Se vuoi lavorare sul web in Cina devi censurare. Non ci sono margini di negoziazione. O così o fuori dal mercato. Qualche tempo fa Google, ad esempio, ha deciso di abbandonare il paese proprio perché i suoi valori fondanti cozzavano apertamente con le pratiche di controllo adottate dal Governo cinese. La decisione di Twitter suona strana anche perché arriva adesso. Se questo comportamento fosse stato intrapreso una quindicina di mesi fa, forse alcune rivoluzioni nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente non si sarebbero diffuse allo stesso modo. I social media online in generale, e Twitter in particolare, sono stati veicoli indispensabili per l’infiammarsi delle proteste popolari che hanno portato alle sommosse e, in alcuni casi, al ribaltamento dell’ordine costituito. Sia come sia, il desiderio di Twitter è di voler continuare a dar voce ai suoi utenti e di farlo nel pieno rispetto delle libertà di tutti. La scelta di non cancellare i tweet incriminati in tutto il Mondo, ma di renderli non disponibili solo nei paesi in cui è vietato esprimersi in un determinato modo, può essere letta in effetti in questo senso. Domani si potrebbe contare il numero dei tweet prodotti in tutto il mondo e confrontarlo con quello dei giorni precedenti (o dei sabati precedenti) per verificare quanto la protesta degli scioperanti abbia attecchito. Probabilmente non servirebbe a molto ma quasi sicuramente non accadrà. L’unica fonte attendibile per un conteggio del genere, infatti, è Twitter stesso perciò è alquanto improbabile che questi dati sul traffico di tweet odierno vengano pubblicati. Ad ogni modo è un fatto che gli utenti di questo social network sono vivi e attivi. Con una protesta del genere, senza dubbio, hanno dimostrato che esiste una coscienza civile - anche abbastanza condivisa globalmente - che tiene a cuore il diritto di esprimersi liberamente ovunque, indipendentemente dal paese in cui ci si trova, anche attraverso il web. Senza contare che questa presa di posizione mette in crisi anche il concetto per cui l’utente del social network non può far altro che sottostare alle scelte della piattaforma che usa. Una giornata come quella odierna ci ricorda soprattutto come lo strumento migliore per mettere in crisi un social network è astenersi dall’usarlo.
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