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Le telco europee chiedono denaro ai content provider

I grandi gruppi che sfruttano la rete chiamati a co-finanziare i progetti di sviluppo infrastrutturale delle reti wireless a banda larga

giovedì 9 dicembre 2010


(ITnews) - Roma

Cosa fare quando i costi aumentano mentre i ricavi iniziano a diminuire? Beh, solitamente un’azienda che si trova in queste condizioni tende a chiedere aiuto, un prestito il più delle volte. Ma non sempre. A volte si accampano delle pretese.

Questo è quello che stanno provando a fare le cosiddette “telco”. Le compagnie telefoniche nei prossimi anni dovranno affrontare spese elevatissime, investimenti dai costi molto ingenti. Le reti telefoniche, in particolar modo quelle mobili, sono sempre più trafficate: più passa il tempo, cioè, più si avvicinano alla saturazione totale. L’unico modo per evitare questo rischio è investire in nuove e più potenti infrastrutture. La seconda e la terza generazione di rete cellulare non è più sufficiente. Tutte le più grandi compagnie telefoniche stanno già costruendo reti mobili di quarta generazione, tenendo ben presente che presto bisognerà pensare alla quinta. Tutto questo, però, costa. Ma chi paga?

Le telco, non avendo alcuna intenzione di sobbarcarsi per intero il costo di questa operazione, sono da tempo alla ricerca di partner - volontari o coatti - per la condivisione degli oneri economici. Adesso pare che abbiano trovato chi fa al caso loro: i fornitori dei contenuti. Proprio ieri – mercoledì 9 dicembre - il tema della condivisione di costi tra compagnie telefoniche e produttori di contenuti è tornato agli onori delle cronache. Durante la conferenza parigina “Le Web”, difatti, è stato il CEO di France Telecom/Orange, Stephane Richard, a riportare in auge questo problema.

Le compagnie telefoniche europee sono molto chiare su questo punto: i grandi produttori di contenuti, come gli editori online, e anche altre società che comunque sfruttano la Rete per trarre grandi vantaggi economici, come Apple, Google, Facebook eccetera, dovrebbero pagare la loro quota per il traffico dati che generano sui network telefonici. Telecom Italia, France Telecom/Orange e il gruppo inglese Vodafone hanno fatto sapere di aver bisogno del loro denaro per coprire gli altissimi costi di nuove infrastrutture di rete wireless a banda larga. Di questo “New Deal” inerente i costi dell’infrastruttura internet ne ha parlato anche un recente articolo di Bloomberg.com.

Secondo il sito, il mese scorso lo stesso Richard avrebbe affermato: «I service provider stanno intasando le reti senza ricevere alcun incentivo. È dunque necessario mettere in piedi un sistema che imponga loro di pagare in funzione dell’uso che fanno», ossia in base al traffico generato sulle reti.

La questione non è da prendere sottogamba. Alcuni paventano una vera e propria guerra fredda del Web. Da una parte le telco con le loro richieste di condivisione dei costi di infrastruttura e dall’altra i fornitori di contenuti e servizi. Per il momento lo scontro sembra alquanto lontano ma presto il problema potrebbe farsi più grave e richiedere una soluzione tempestiva. Sì perché il rischio di intasamento dei network mobili, dovuto all’intenso traffico dati, sta diventando sempre più grave. Secondo IDC nell’Europa Occidentale il numero di connessioni dati crescerà del 15% annuo fino ad arrivare a 270 milioni nel 2014. Di contro, però, durante lo stesso periodo i ricavi delle telco dovrebbero ridursi dell’1%. Certo, la sperequazione non appare catastrofica ma i diretti interessati temono e cercano di correre ai ripari, prima che sia troppo tardi. Franco Bernabé – l’amministratore delegato di Telecom Italia ha fatto notare che il divario tra investimenti e ricavi «potrebbe compromettere la sostenibilità economica dell’attuale business model delle compagnie telefoniche». Si tenga presente che gli operatori di telefonia il prossimo aumenteranno gli investimenti del 29%, portandosi cioè ad una cifra pari a 3,7 miliardi di Dollari circa (dato Canalys).

Il tema non è nuovo. Sono anni che i proprietari delle reti chiedono a chi sfrutta i propri network in maniera massiccia di intervenire economicamente, di partecipare cioè al costo dell’investimento infrastrutturale. Nel 2005, ad esempio, si sollevò un vespaio simile quando Ed Whitacre - l’allora CEO di SBC Communications - disse che non riteneva giusto che Google scorrazzasse gratuitamente sul suo network.

Una regolazione in materia, dunque, appare necessaria e urgente. Negli Stati Uniti proprio in questi giorni la FCC (Federal Communications Commission) sta preparando i documenti finali da sottoporre al voto che riguardano proprio argomenti relativi ai rapporti tra queste due industrie e a temi affini, come la neutralità della rete. Un voto importante a riguardo dovrebbe arrivare proprio nelle prossime settimane, ossia entro la fine del 2010. In Europa la soluzione di queste controversie sembra più lontana anche se di temi simili si dibatte ormai da tempo.

Comunque sia, i proprietari dei network hanno iniziato ad adeguarsi. Pare che i tempi delle tariffe flat illimitate per i dati siano finiti. Alcuni carrier hanno già preso provvedimento. Negli States AT&T ha già eliminato il piano senza limiti per gli smartphone, mentre Verizon Wireless sta sperimentando una soluzione simile. Da noi, nel vecchio continente, France Telecom sta prendendo in considerazione l’introduzione di soluzioni tariffarie non molto diverse. Anche in Italia qualcuno ha iniziato a muoversi in questa direzione. Vodafone, ad esempio, la scorsa settimana ha introdotto nuove tariffe per internet in mobilità, modulate su tre diversi tagli di offerta e ha iniziato ad utilizzare, per la prima volta, la limitazione della banda massima e la tecnica del “bandwidth crunching”, ossia la fornitura di una certa quantità di traffico dati a velocità di navigazione piena, terminata la quale la velocità viene ridotta drasticamente in automatico.

Nicola Smeerch Bruno

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