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Offensiva contro i cambi al settaggio privacy di Facebook

Due gruppi di attivisti dichiarano la propria contrarietà al comportamento del social network.

Nicola Smeerch Bruno

Pubblicata in rete il 03/05/2010 03:35, tempo medio di lettura 5 minuti e 24 secondi

Illustrazione (ITnews) - Roma -

Quando un social network cambia i ToS (termini di servizio) e, in particolar modo, le condizioni di gestione della privacy solitamente è l’utente a farne le spese. Nel suo essere solo, il singolo individuo poco può fare contro il “gigante”. Ma non tutti sono disposti a subire.

Essendo il social network con più utenti, Facebook risulta spesso bersaglio di critiche; il più delle volte sotto accusa finiscono le sue spregiudicate politiche di gestione della privacy degli utenti. Nei giorni scorsi due organizzazioni no profit di attivisti hanno espresso il loro disappunto proprio contro i continui cambi alle modalità di gestione della visibilità dei dati degli utenti, messi in atto dall’azienda di Mark Zuckerberg. Nello specifico contro l’ultima operazione di apertura all’esterno, che permette a siti terzi di avere accesso a parte delle informazioni inserite nella piattaforma, indipendentemente dalla volontà degli utenti.

Entrambi i gruppi hanno dichiarato di disapprovare il comportamento di Facebook ma hanno agito in maniera differente. La EFF (Electronic Frontier Foundation) ha pubblicato un documento che illustra le varie modifiche occorse negli anni alla policy di Facebook riguardante la privacy degli utenti. Il gruppo liberale MoveOn.org, invece, ha aperto proprio sul social network incriminato un gruppo chiamato “Facebook, respect my privacy!” (Facebook rispetta la mia privacy) come risposta alla nuova opzione di condivisione dati definita dall’azienda “personalizzazione istantanea”. Alle 2.00 AM di lunedì 3 maggio il gruppo conta circa 48000 iscritti.

Il punto che accomuna queste due iniziative, comunque, è l’opinione che a Facebook non dovrebbe essere data la possibilità di cambiare a suo piacimento il termini del servizio e, in particolar modo, il modo in cui gestisce i dati degli utenti. Se un tempo questo social network appariva come un recinto chiuso - all’interno del quale chi era iscritto poteva decidere cosa condividere e con chi condividerlo - adesso le maglie di questa rete protettiva si sono decisamente allargate, dal momento che sempre più dati sono liberamente accessibili sia dall’interno (dagli altri utenti iscritti al servizio), sia dall’esterno (da altri siti).

Ma a che pro? Il motivo di questo continuo abbassamento del livello di difesa della privacy è squisitamente commerciale. Più informazioni sugli utenti si possiedono, più sarà semplice profilarli. Chi ci guadagna è il marketing, non l’utente.

Se da una parte è vero che l’utente è sempre il principale responsabile della propria privacy – nessuno lo obbliga infatti a inserire le proprie informazioni sui social network – dall’altra bisogna ammettere che la fiducia riposta nella sicurezza del servizio e nella discrezione con cui la piattaforma gestisce i dati forniti non debba essere tradita. Inoltre è buona regola rispettare i contratti. Quando s’iscrive ad un social network, l’utente accetta delle condizioni. In un certo senso è come se firmasse un contratto – sebbene le condizioni non siano negoziabili, ma accettate passivamente. Ad ogni modo: se uno dei due contraenti modifica unilateralmente le condizioni del patto stipulato, deve comunicare questa decisione all’altro in maniera chiara e tempestiva e deve dargli la possibilità di recedere dal servizio. Ma questo accade sempre? E con quanta trasparenza? Certo, se non gli stanno più bene i termini del servizio, un utente può sempre decidere di annullare la propria iscrizione alla piattaforma - in fondo bastano un paio di semplici click per portare a termine l’operazione. Ma il problema qui è a monte: quanti utenti sanno del cambio di condizioni? In che modo lo vengono a sapere? Sono sufficientemente informati? Non sarebbe il caso che lo stesso social network comunicasse a tutti i suoi iscritti le nuove regole, attuando onesti principi di trasparenza?

Gli ultimi cambi alla privacy di Facebook sono stati annunciati all’inizio di aprile, durante la “F8 developer conference”; quella che è stata denominata “Instant personalization” è una nuova funzione che porta in superficie, cioè rende pubblico per default, un maggior numero di dati sul profilo utente, in modo da rendere più semplice la loro condivisione attraverso l’API (Application Programming Interface) Open Graph.

L’organizzazione MoveOn.org non è nuova ad iniziative di protesta simili; qualche anno fa si è già scagliata contro Facebook, mettendo in piedi una campagna per attaccare Beacon, il programma pubblicitario lanciato dalla piattaforma di Zuckerberg nell’autunno 2007, che sanciva il primo passo verso la condivisione dei dati degli utenti con siti di terze parti. La protesta ha funzionato a tal punto – corroborata anche da iniziative simili, portate avanti da altri soggetti e da cause legali - da costringere Facebook a chiudere ufficialmente il programma lo scorso autunno.

All’offensiva pubblica delle due no-profit, comunque, Facebook ha risposto con prontezza, attraverso una sua portavoce, tale Malorie Lucich: «Il programma pilota “Instant personalization” è l’evoluzione di un un’idea che Facebook ha sin dal principio – ossia dare alla gente uno strumento semplice per condividere (informazioni) con i propri amici. Noi speriamo che i siti, anziché essere abbandonati, vengano personalizzati maggiormente e che la gente prenda del tempo per fare nuove esperienze su siti (beta partner) come Yelp, Pandora e Docs.com (Microsoft). Ricordiamo (anche) che solo i dati pubblici, come ad esempio le immagini del profilo, vengono condivisi con i partner […]».

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