(ITnews) - Roma -
Il futuro dei microchip potrebbe essere la biochimica. Non possiamo essere certi che l’epoca dei processori al silicio stia per terminare definitivamente ma di certo per il settore si sta aprendo un fronte interessante sul versante chimico. Lo stato dell’arte, ovviamente, si trova in ambito universitario. La UCLA (California State University) e la cinese Wuhan University hanno realizzato uno studio congiunto che ha portato allo sviluppo di un chip microfluidico in grado di generare un migliaio di reazioni chimiche simultanee. Il principale impiego di questo piccolo processore – sta nel palmo di una mano – riguarda il testing su reazioni e proprietà chimiche.
La novità non sta tanto nelle dimensioni, quanto nelle performance del chip. Già qualche mese fa si era avuta notizia di un processore simile, dalle dimensioni ridottissime, sviluppato da ricercatori olandesi della University of Twente. In quel caso si trattava di un apparecchio minuscolo, all’incirca un migliaio di volte più piccolo di una tradizionale cella elettrochimica - il volume del suo principale canale fluido ammonta solo a 9,6 nanolitri – usato per condurre test sull’amodiachina, un farmaco anti malaria.
Adesso invece siamo in presenza di un processore ben più potente dal punto di vista del ‘calcolo’ - se così si può dire. Questo nuovo chip microfluidico, detto ‘di seconda generazione’, riesce a mettere in atto in parallelo sino a 1024 operazioni. Migliaia di reazioni simultanee in grado di identificare sostanze chimiche che si legano alle proteine. Dal momento che gli enzimi reagenti richiesti per le reazioni possono essere molto costosi, i ricercatori ritengono (e sperano) che questo approccio sintetico/informatico possa far risparmiare molto denaro ai laboratori, oltre che tempo ed energie.