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Fare Business con FacebookItNews intervista l’autore dell’omonimo manuale pubblicato da HoepliNicola Smeerch BrunoPubblicata in rete il 31/07/2009 16:23, tempo medio di lettura 10 minuti e 53 secondi
(ITnews) - Roma -
Da pochissimi giorni la casa editrice Hoepli ha pubblicato “Fare Business con Facebookâ€, un testo di Luca Conti - il titolare del blog Pandemia.info – che tratta in maniera approfondita le opportunità fornite da un uso professionale del social network online più famoso del momento. ITnews.it ha incontrato l’autore e gli ha sottoposto ben 18 domande con l’intenzione di fare maggiore chiarezza sull’argomento. Il tuo può essere considerato più un testo strettamente tecnico o un compendio teorico che spiega le dinamiche di questo social network di successo? Bella domanda. Facebook era nel mirino fin da inizio ottobre 2008, poi le dimaniche crescenti italiane hanno spinto l’editore ad accelerare i tempi e a chiedermi di partire con il progetto a gennaio/febbraio 2009. Mia proposta iniziale (curo la collana che comprende il titolo) e via libera dell’editore in un secondo momento. A questa domanda ho subito risposto sì fin dal primo momento per una ragione molto pratica. Facebook si presta ad essere usato, con intelligenza, dal fioraio sotto casa alla multinazionale. Il fioraio sotto casa non legge in inglese e nella grande impresa c’è comunque il grande manager che non ha confidenza con l’inglese. Se prendiamo poi i titoli internazionali, qualcosa c’è, ma non vedo comunque mostri sacri in circolazione. Avendo un rapporto commerciale con un editore che pubblica sulla carta, questa eventualità al momento non è stata presa in considerazione, né da me, né dall’editore. Sono convinto che un libro di carta è il modo con cui si approccia all’approfondimento e alla formazione personale la stragrande maggioranza del pubblico a cui si rivolge il libro. Per gli smanettoni non serve l’edizione cartacea e non serve neanche quella digitale. La risposta è un convinto sì perché chi ha creato Facebook non è una fondazione o un benefattore, ma un gruppo di persone che l’hanno creato partendo da una azienda che lo gestisce e che è nata quindi, oltre che finanziata, per guadagnare. Chi gestisce Facebook sa bene che il giocattolo funziona e produce ricchezza finché gli utenti sono tutelati, rispettati e trovano valore. C’è etica anche nel fare business e non vedo i due concetti in contrasto tra loro. Che vantaggi può trarre il mondo no-profit da uno strumento come Facebook? Vantaggi in termini di rapporto più diretto con i propri soci e simpatizzanti, aumentando la motivazione che spinge alla partecipazione e anche alla donazione di risorse. Si presta bene poi al fund raising, anche se oggi tale funzione è limitata ad associazioni con sede in USA e Canada. Non passerà tanto tempo, ne sono certo, perché tali possibilità siano estese anche ad associazioni di altri paesi. Ad un mix dei fattori che citi. Il social network, per definizione, funziona e genera valore se ci sono le persone dentro. Sono quindi gli stessi utenti soddisfatti che tirano dentro gli amici. Non credo che i media abbiano giocato un ruolo importante. Certo è che se la gente continuo ad usarlo, una volta tirata dentro da un amico, è perché lo riesce ad usare senza troppi problemi, cosa da non dare per scontata. Secondo me paga che ci sia l’uomo, anche perché il brand di per sé, salvo rari casi, mal si presta come entità a sviluppare conversazioni. Bene quindi che emergano le persone dietro le quinte, con il giusto distacco e la corretta visibilità . Non è un caso se le aziende più evolute hanno team dedicati, con facce e nomi ben visibili, che firmano gli interventi pubblicati con le propri iniziali. Non è facile gestire gli aggiornamenti a tante pagine fan, superato un certo numero. La gestione di questi spazi e gli strumenti di analisi delle metriche sono ancora agli inizi. Vedo un grande margine di miglioramento e sono convinto che Facebook abbia un disegno ben preciso in testa, che sta attuando gradualmente per non disorientare troppo i suoi utenti più affezionati. Reali problemi di privacy ci sono? E se sì, sono più gravi di quelli di altre piattaforme o di un semplice account di posta elettronica? Il problema della privacy è una questione di consapevolezza. Se sono consapevole dei dati che condivido e come posso limitarli, il gioco è fatto. Se sbaglio qualcosa, non posso recriminare con nessuno se non con me stesso. Facebook da questo punto di vista sta facendo grandi passi avanti, consentendo una flessibile personalizzazione di chi può accedere ai singoli contenuti pubblicati. Certamente anche la posta elettronica, se usata senza consapevolezza, può portare danni enormi. Dipende dall’azienda. L’agenzia può essere utile ma non ha accesso a tutte le informazioni dell’azienda come le persone dell’azienda stessa. Non si può appaltare esternamente il dialogo con i propri clienti. Ci può essere un intermediario che fluidifica e facilita questo dialogo, ma non di più. I modelli sono diversi e a mio avviso si differenziano in base alla dimensione dell’azienda stessa che vuole usare questi mezzi. Domanda banale ma sempre attuale: Facebook è qui per rimanerci o è solo una moda di passaggio? E se dura, quali forme è destinato ad assumere in futuro? Come si evolverà ? O rimarrà sostanzialmente quello che è adesso? Facebook non è una moda. Ha delle metriche mai toccate da nessun sito web, né nel mondo, né in Italia. Potrà avere certamente un assestamento e un calo fisiologico, ma se anche mantenesse attive la metà delle persone che lo usa oggi, rimarrebbe comunque una potenza del web, molto difficile da contrastare. Diventerà , guardando nella sfera di cristallo, un ambiente simile ad un grande centro commerciale, dove incontrare gli amici, comunicare direttamente con loro, seguire le loro vite, ma allo stesso tempo fare transazioni economiche, comprare beni e servizi, passare il tempo giocando e consumando media personali e nuovi media. Non mi sembra qualcosa da sottovalutare. Le mode esistono, ma Facebook è molto di più. Il tempo dirà chi ha ragione.
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