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Impiegati nullafacenti, intervista al giuslavorista Piero IchinoProsegue il dibattito sul pubblico impiego avviato sul Corriere della SeraAlessandra FloraPubblicata in rete il 01/09/2006 17:35, tempo medio di lettura 4 minuti e 25 secondi
(ITnews) - Roma -
Da alcune settimane il pubblico impiego è protagonista di un serrato dibattito sulle pagine del Corriere della Sera. Ad animarlo, da una parte c’è il giuslavorista dell’Università di Milano, Pietro Ichino. Dall’altra, i sindacati. Al centro della discussione sempre più animata, la lotta all’improduttività causata dai troppi nullafacenti. I dipendenti pubblici, dal canto loro, si sono divisi e hanno potuto esprimere le loro posizioni su Internet grazie ad un forum on line.Professore, questo scambio di opinioni sulle pagine del Corriere della Sera e sul forum on line, a cui hanno partecipato esponenti politici, parti sociali e privati cittadini, dimostra tutta l’attualità e la criticità del problema. "I dati riportati dal sociologo Renato Mannheimer sono impressionanti: due italiani su tre concordano sul fatto che, se si deve ridurre la spesa pubblica, è più giusto tagliare sui posti di lavoro totalmente improduttivi, piuttosto che sui lavoratori cinquantenni vicini alla pensione, ma che possono dare ancora molto, o piuttosto che rinunciare agli investimenti necessari allo sviluppo del paese. Allo stesso tempo tutti concordano sul punto che non è giusto tenere ai margini, in un regime di apartheid, centinaia di migliaia di giovani precari per mantenere il posto a chi si limita a timbrare il cartellino e a chi deliberatamente riduce al minimo la propria disponibilità, azioni che possono essere puntualmente verificate con grande precisione". Quali sono le caratteristiche dell’organo di valutazione e controllo da lei ipotizzato? Esistono in molti comparti dell’amministrazione pubblica, per esempio nella scuola e nell’università, dei nuclei di valutazione che hanno acquisito le tecniche più moderne, attingendo anche alle esperienze straniere. Il loro know how può essere esteso ad altri settori. La logica deve essere quella delle autorità indipendenti, in cui deve essere rappresentato anche il sindacato. Tuttavia l’organo non dovrà subire né l’influenza del potere politico, né quella del sindacato. Esso dovrà indicare le graduatorie di inefficienza in base allo scarso impegno del lavoratore. Laddove tutti gli indici raggiungono lo zero, siamo in presenza del vero nullafacente, sia per condizioni obiettive, che per scarso impegno professionale. Nel settore privato questa figura tende ad essere eliminata, anche perché nessun giudice annullerebbe il licenziamento in un caso di questo genere. Nel settore pubblico, invece, questa categoria ha preso piede: a giudicare dalle centinaia di interventi dei lettori del Corriere, abbiamo la conferma di una presenza rilevante di queste figure. Naturalmente, il lavoratore che perde il posto non deve essere abbandonato a se stesso, deve essere assistito, deve avere un trattamento di disoccupazione e la possibilità di una riqualificazione professionale, ma bisogna verificare che non abbia un lavoro irregolare nascosto". Perché i nullafacenti danneggiano i lavoratori atipici? "I collaboratori coordinati e continuativi autonomi rappresentano il precariato dell’amministrazione pubblica. Nel momento in cui questi rapporti vengono reiterati a tempo indeterminato, si verifica un’ingiustizia colossale. Spesso sono questi lavoratori a tenere in piedi interi uffici e funzioni, spesso sono loro i più bravi e i più aggiornati. Non si può combattere il precariato senza fare pulizia di chi lo stipendio non se lo guadagna". In che modo aprire un procedimento giudiziale nei confronti dei veri nullafacenti della P.A.? "L’organismo autonomo di valutazione dovrebbe stilare queste graduatorie motivate, sulla base delle quali si procede alla riduzione di personale nella misura stabilita dalla legge. Successivamente, se il lavoratore ritiene che l’organismo di controllo abbia sbagliato il suo operato, può impugnare il licenziamento davanti al giudice del lavoro, chiamando in causa il lavoratore che – a suo avviso – deve essere licenziato al suo posto. Qualche sindacalista ha parlato di "delazione e di guerra tra poveri", ma si dimentica che questa regola corrisponde ad un istituto di diritto processuale noto come litisconsortio necessario: quando una materia è indivisibile, deve essere oggetto di un unico procedimento giudiziale. Se è messa in discussione una graduatoria e l’annullamento di un licenziamento provoca quello di un’altra persona, è necessario che le due questioni siano trattate dallo stesso giudice, che chiamerà tutti i lavoratori coinvolti e deciderà con un’unica sentenza il criterio da applicare. E’ un meccanismo assolutamente coerente con il nostro ordinamento processuale".
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