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Il costo dell'ignoranza: le cose che ci fanno intelligenti

Un nuovo libro tra cultura, formazione, addestramento: da Norman a Normann

Ruggero Nocerino

Pubblicata in rete il 10/05/2006 22:47, tempo medio di lettura 5 minuti e 39 secondi

(ITnews) - Roma - Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto

Donald Norman, autorità riconosciuta nello studio delle interfacce umane, nel suo libro "Le cose che ci fanno intelligenti" sostiene che ogni strumento altro non è che un artefatto cognitivo, una costruzione realizzata dall’uomo allo scopo di estendere le sue capacità (cognitive): una pertica, un nodo al fazzoletto, il calendario, la lista della spesa, una calcolatrice. Per Norman, infatti, anche le produzioni mentali sono artefatti cognitivi (note scritte, libri e registrazioni amplificano le capacità della memoria, matematica e logica amplificano le capacità del pensiero); essi non accrescono le capacità umane, ma, se correttamente utilizzati, sono in grado di amplificarle.

Allora: il nostro strumento (artefatto cognitivo) cambia la natura del compito che le persone svolgono e, mediante questo cambiamento, incide sulla prestazione; ma le capacità delle persone non sono modificate. E la tecnologia, specialmente quella informatica (ma non solo…) diventa artefatto cognitivo per eccellenza.

Da notare che non per questo la tecnologia rende necessariamente le operazioni più veloci. Il 12 novembre 1946 Thomas Nathan Wood, soldato americano, dotato di calcolatrice elettrica a comando manuale (uno dei gioielli dell'epoca) si misurò con un funzionario del ministero giapponese, Kiyoshi Matsuzake, munito di abaco: in 4 delle 5 prove l'uomo sconfisse la macchina. Naturalmente il giapponese era addestrato al compito, e certamente possedeva abilità personali tali da consentirgli di superare la prova; se lo stesso esperimento fosse stato eseguito tra 1.000 normali contabili dotati di strumentazione automatica e 1.000 dotati di abaco, il risultato medio sarebbe stato probabilmente diverso.

Pertanto la tecnologia modifica le nostre coordinate culturali, le nostre abitudini, ma solo se si comprende che il suo utilizzo cambia il modo di percepire i problemi e le modalità di risoluzione. E’ questo il concetto alla base dei corsi di Alta formazione in ICT e Project Management che, oramai da quattro anni, conduciamo in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il valore della tecnologia, dunque, si dispiega spesso a dispetto dello scopo per cui era nata. Un esempio?

Come usiamo oggi il telefono cellulare? Anche per telefonare, ma non solo…

In realtà gli usi più comuni e che ci sembrano perfettamente coerenti con il mezzo, sono stati causati da circostanze accidentali (gli SMS); da migrazioni tecnologiche (MMS, foto, video); da impreviste nuove modalità di funzionamento (rilevatori di prossimità); da incorporazione di tecnologie differenti (riproduttori musicali, registratori vocali); etc.

Vi sono poi tecnologie utili, ma alle quali ricorriamo in modo dissennato. Per anni abbiamo scritto documenti con un Word Processor, li abbiamo stampati (magari con una stampante laser), inviati al destinatario via fax perché questi con un OCR tramutasse il testo in forma di carattere. Non si faceva prima ad inviare il file? Per utilizzare appieno una qualsiasi tecnologia, occorre quindi fondarsi sulla propria cultura, per essere ricettivi e pronti al cambiamento.

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(Burrhus F. Skinner) Come utilizzare meglio gli strumenti che invadono le nostre vite?Maslow fa notare che "chi ha a disposizione solo un martello, vedrà ogni problema come se fosse un chiodo"; ma anche "chi è bravo con il martello penserà ad ogni problema in termini di chiodo". Però, se il problema vite è simile al problema chiodo, e si riesce così a "risolverlo" con il nostro martello (anche se in modo non propriamente ortodosso), il problema bullone deve implicare un approccio radicalmente diverso.

È qui che interviene la cultura; Watzlawick lo avrebbe denominato cambiamento di tipo 2, vale a dire cambiamento di paradigma.

In ogni caso, se la cultura è quel complesso di conoscenze e nozioni che contribuisce alla formazione di personalità, educazione, istruzione di un individuo, essa può essere modificata solo nel medio periodo. La formazione, invece, essendo un processo evolutivo a livello psicofisico, morale, intellettuale dovuto all’educazione, all’esperienza, all’ambiente, può essere oggetto di azioni più mirate e con ritorni più immediati.

Su questa premessa si può fondare quindi un percorso di addestramento, che così può essere direttamente indirizzato all’efficacia (faccio la cosa giusta) e non soltanto all’efficienza (faccio la cosa nel modo giusto).

Anche lo studio del 2003 eseguito sotto il patrocinio dell’AICA e coordinato dal prof. Camussone evidenzia e quantifica quello che in fondo già sappiamo: abbiamo a disposizione strumenti capaci di espandere notevolmente le nostre capacità; ma li usiamo male, poco, spesso in modo fuorviante (come il martello di Maslow). E questo a fronte di problemi molto più complessi, che richiederebbero almeno un momento di riflessione e razionalizzazione prima di essere affrontati con il solito metodo della forza bruta, apparentemente efficiente, efficace davvero mai. Occorre però disciplina, e formazione, e cultura; ma tutto ciò ci può portare lontano…

Per dirla con Richard Normann:

"Nella gestione strategica delle aziende di servizi riuscirà ad aver successo solo chi sarà dotato di un grande bagaglio culturale. Dico cultura, non erudizione. La cultura è la capacità di capire i valori della storia e di trasmetterli; è la volontà di dare un senso, anche al di là del tempo, alla propria vita reale. Proprio per questo la cultura non si improvvisa, non è affidabile a strumenti, ma si alimenta solo come disponibilità ad apprendere"

Certo, tutto questo costa.

Ma…"if you think the price of education is too high, try ignorance."!.

Ruggero Nocerino - Partner Adfor

Coordinatore del corso di Alta formazione in Project Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
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